Vedo l'alzarsi di nubi di tuono,
E lingue di fiamma avvolgere i cieli,
Laggiù come un aspro tramonto,
Rifugge la luce da strepitanti lochi,
Vulcano, che fu quell'affronto
Che sprigionò foschi i tuoi fuochi?
Che cosa quereli,
Al triste, al malvagio ed al buono?
Si spande quel fiume in tempesta
Di liquida morte che scende,
E son come meteore grevi
I sassi che romban dall'alto,
Le vite si fan presto brevi,
Di salvo non v'è alcuno spalto,
Il rivo né mai più s'arresta,
Ma la città spezza e fende;
Finisce ben presto il brusìo
Di quella città in movimento,
Pompei, gemma del meridione,
Spezzata e sepolta dai sassi.
Non si saprà la cagione
Che tacitò voci e passi,
Ma forse fu l'ira di un Dio,
Che fece sentir fosco accento.
E adesso rimane il ricordo,
D'un giorno, di polveri e braci,
Di genti sepolte là sotto,
In attesa d'esser trovate;
Per secoli non se ne fe' motto,
Ché furono dimenticate,
Il tempo fu per loro sordo,
Ma adesso che sai, guarda e taci:
Nient'altro che questo è il destino
Di chi viva il suo tempo in Terra,
Un fuoco, ed è tutto compiuto
Il sentiero che, stretto, gli spetta,
E proprio non sa quanto ha avuto
Dall'ansia, incertezza, e fretta,
Che portan l'esistenza a quel mattino,
In cui riposa da ogni trista guerra.
domenica 27 luglio 2008
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